Grotta dei Puntali, (conosciuta anche
come Grotta Armetta, Grotta delle Stallattiti, Grotta di Piraino)
vero e proprio gruppo di quattro cavità di origine marina,
scavate in un'antica linea di rive era già nota al Fazello
ed è stata ampiamente descritta da Antonio De Gregorio, che
effettuò degli scavi negli anni '20 e '40 del sec. XX, da Ramiro
Fabiani e dal tedesco Hans Pholig nel 1893.
"Nel territorio di Carini, tre miglia distante
dalla Terra, v'ha il monte, chiamato Lungo, alle cui falde si
apre una Grotta d'immensa capacità, chiamata di Piraino.
In essa si ritrovano ossa di Giganti: onde Fazello (dec I lib.
I cap. 6.f.25) scrive: Mons est in Occidentem vergens (Mons
Longus appellatus) ad cuius radices antrum est immensum, à
Piraino nomen adeptum, ad Oppido 3.P.3. Diversum, in quo plura
sunt Gigantum monumenta, unde, maxima eorum ossa, ac dentes
eximiae admirationis frequenter eruuntur".
Tommaso Fazello precisamente riferisce che "Iccara è
un antichissimo Castello de' Sicani, oggi detto Carini, ed è
lontano da Pa-
lermo verso ponente dodici miglia. In
questo paese ci è un monte verso ponente, chiamato Monte Lungo,
a piè del quale è un antro grandissimo, ch'ha nome Piraino,
detto così da un castello ch'è lontano tre miglia, dove
sono molte sepolture di onde si cavano i denti, ed ossa di meravigliosa
grandezza. Di questa cosa ne sono testimoni i propri uomini d'Iccara,
e insieme con loro quelli di Palermo".
Stazione degli antichi Carinesi, è anche conosciuta per la
magnifica collezione di Mammiferi, estratta intorno al 1868 da Gaetano
Giorgio Gemmellaro, il quale, per l'appunto, scavò il deposito
paleontologico, una notevole quantità di ossa di animali per
lo più di elefanti (Elephas mnaidrensis) del Pleistocene medio,
scavi che misero in luce una "quantità enorme di avanzi
fossili, con prevalenza di quelli elefantini del gruppo specifico
dell'Elephas antiquus, rappresentati da numerosi crani, da moltissime
mandibole, denti sciolti, ossa varie, riportabili a qualche centinaio
d'individui". Dalla grotta proviene uno scheletro completo di
elefante nano, che oggi si trova conservato presso il Museo Geologico
dell'Università di Firenze e soprattutto in quello dell'Università
di Palermo.
Il primo studio scientifico, anche se parziale,
sulla grotta e sui fossili è di Hans Pholig (1893) a
cui seguirono quelli del 1909 e del 1911.
Durante gli scavi del 1909, da lui stesso effettuati, furono
rinvenuti anche i resti di una nuova specie di Megaceros (cervo),
ma il materiale raccolto andò ad arrichire la sua collezione
privata.
La grotta viene ancora menzionata da Vaufrey (1928 e 1929) nei
risultati dei suoi studi condotti sul paleolitico e sulle faune
pleistoceniche delle grotte siciliane.
Altri reperti, recuperati dagli scavi condotti dal Marchese
A. De Gregorio (1925), incrementarono la collezione storica
del Museo dell'Università di Palermo, ulteriormente arricchita
dai nuovi saggi effettuati nel 1928 da R. Fabiani.
Negli anni fra il 1925 e il 1946 lo stesso
Fabiani, allora Direttore dell'Istituto di Geologia di Palermo, effettuò
una serie di scambi con altre università e Musei italiani,
per cui oggi parte del materiale proveniente dalla Grotta dei Puntali
è conosciuto e custodito in molti Musei italiani come quelli
di Padova, Ferrara o Firenze.
Gli ultimi scavi di cui si ha notizia certa nel 1977 eseguiti da un'èquipe
del Museo di Paleontologia dell'Università di Roma. Il materiale
recuperato fa oggi parte della corposa collezione già esistente
al Museo di Palermo nella quale rientra anche la donazione dei reperti
recuperati dall'appassionato raccoglitore Rolando Laganà.
Su Puntali e sulle altre grotte della zona c'è stata particolare
attenzione anche da parte di viaggiatori stranieri. Carlo Castone
della Torre di Rezzonico in merito si sofferma affermando che "Poco
lungi da qui s'aprono alcune caverne, dove, al riferire del credulo
Fazello, si rinvennero grandi ossa di giganti, che furono senza fallo
vertebre, cossendici e coste e mandibole d'enormi cetacei, che, per
quelle degli uomini si sbagliarono dagli imperiti osservatori. Io
poi reco fermissima opinione che fra le favole audaci si debbano rilegare
le meravigliose narrazioni del corpo d'Erice, che nel monte da lui
denominato rinvennero nel 1342 i pastori nello scavare le fondamenta
per certo tugurio, e l'altro gigante scopertosi nel monte Grifone
in amplissima grotta da me visitata, e quanto agglomera il Fazello
nel capo 6 del primo libro a sostenere l'ormai fallita opinione de'
giganti abitatori primissimi della Sicilia. Il chiarissimo D. Gaetano
d'Ancona recentemente ha dissipate con poche pagine siffatte dicerie
e portenti, che gli avoli nostri ammisero per veridica storia, ingannati
dalle apparenze e molto più da fallacissimi racconti. Non v'ha
dubbio che uomini di straordinaria statura esistono tuttavia: ed io
stesso vidi lo smisurato Gigli ed alcun altro patagone; ma popoli
interi di venti cubiti giammai non apparvero sulla terra, e gli stessi
Patagoni a soli 8 piedi al più giungono nell'estrema America
meridionale, se fede pur meritano i viaggiatori che da sì lontane
parti a noi ritornarono e cui sì facile è il mentire
senza essere per lungo spazio contraddetti da alcuno. Perciò
non mi curai d'entrare carpone in quegli antri, e, persuaso che le
sole reliquie di qualche marino mostro per avventura vi avrei disseppellite,
ripresi la strada di Palermo".
Ora la credenza in
una Sicilia abitata in passato da una stirpe di giganti si riallacciava
a vari poeti e storici, da Omero a Silio Italico. In età moderna,
sostiene Salvo Di Matteo "per primi l'avevano ripresa l'Arezzo
e, con maggiore autorità, il Fazello, suggestionato dal rinvenimento
ai suoi tempi, nel 1547, nella grotta di San Ciro, a piè del
monte Grifone presso Palermo, di grandi resti osteo-.fossili attribuiti
appunto ai mitici progenitori, in realtà appartenenti a mammiferi
del quaternario.
Sullo stesso fronte si schierò,
e si mantenne compatta fino al primo Ottocento, l'intera cultura del
tempo (Francesco Maurolico, Giuseppe Carnevale, Giuseppe Buonfiglio,
Mariano Valguarnera, Vincenzo Di Giovanni, Filippo Cluverio, Vincenzo
Auria, Francesco Ambrogio Maja, Francesco Baronio, Agostino Inveges,
Antonino Mongitore, Vito Amico, il Villabianca ed altri ancora), nella
persuasione che dall'affermazione d'una primogenitura eroica e straordinaria,
quale poteva essere per l'appunto quella di un popolo di razza gigantesca,
avrebbe tratto arricchimento il civico prestigio e si sarebbe rinsanguato
l'onor della Sicilia".
Soltanto nel primo trentennio dell'Ottocento la verità sarà
definitivamente ristabilita con Antonino Bernardi Bivona e Domenico
Scinà.